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La Basilica longobarda di S.Marco ad Ortona
In una amena posizione, su un colle digradante sul mare in località San Donato, sorgono i resti di una basilica risalente al VII-IX sec. d.C., riportati alla luce nel 1979-80 dalla Sovrintendenza Archeologica dell’Abruzzo. I muri perimetrali in pietra sono alti mediamente un metro, la pianta dell’edificio è di forma rettangolare con tre absidi di dimensioni diverse. L’interno è pavimentato con lastre di calcare e piccole lastre colorate nella zona antistante l’altare. Vi sono state rinvenute fibbie longobarde, mentre ai lati della chiesa sono state scoperte alcune tombe, che farebbero pensare alla presenza di un monastero.
La basilica sorse in piena epoca longobarda in una zona punto di frizione con i Bizantini, si tratta quindi di un esempio di religiosità asservita a fini politici di penetrazione culturale. La sua vita però non fu lunga; dopo qualche secolo fu abbandonata ed andò presto in rovina. Nel corso del secondo conflitto mondiale i resti furono trasformati in postazione militare quasi a sottolineare l’importanza strategica del primitivo edificio religioso.
La Chiesa della Madonna delle Grazie ad Ortona
Nelle vicinanze della S.S. Marrucina, a poco più di due Km. dalla città, sorge la chiesetta della Madonna delle Grazie nome con cui viene definita anche la contrada circostante. La costruzione risale al 1440, in ricordo della pace conclusa, dopo cruenta guerra, tra ortonesi e lancianesi, auspice S. Giovanni da Capestrano (17 febbraio 1427). Per tale motivo fu intitolata inizialmente a S. Maria della Pace. La chiesetta venne edificata a spese di alcuni nobili locali e parte per opera del religioso Beato Biagio dell’Aquila che vi morì. La chiesa ed il convento furono poi abbandonati dai frati il 28 gennaio 1508 per la malaria che infestava la zona. I Minori Osservanti si trasferirono nell’attuale chiesa e convento di S. Maria delle Grazie in Piazza S. Francesco.
Oggi la primitiva chiesetta si presenta in uno stato di totale abbandono, in piena zona industriale, con l’interno completamente disastrato e parte del soffitto crollato, benchè nel 1986 la Sovrintendenza ai Beni Architettonici dell’Abruzzo l’abbia classificata come manufatto sacro di interesse nazionale.
La Chiesa di S. Maria di Costantinopoli ad Ortona
La chiesa di S. Spirito, a navata unica in stile romanico, ed il convento furono edificati dai Celestini fuori le mura alla fine del XIII secolo. Ma quando nell’estate del 1566 i Turchi sbarcarono ad Ortona, il primo edificio religioso saccheggiato e smantellato fu proprio quello dei Celestini. La chiesa, in seguito riparata ed arricchita di elementi barocchi, assunse nel XVII sec. l’attuale denominazione da un affresco in stile bizantino posto in una lunetta della parete sinistra, come attualmente si può ammirare. L’opera, che raffigura la Vergine col Bambino e gli Angeli, sostituirebbe, secondo la tradizione, un’antica e miracolosa icona lignea, andata distrutta, portata da un Musulmano convertitosi. Il convento celestiniano venne soppresso nel 1653. Semidistrutto nel corso delle azioni belliche del 1943, l’edificio venne in seguito ricostruito riportando alla luce le primitive strutture romaniche.
La Chiesa della S.S.Trinità ad Ortona
Nel 1625-26 i Padri Cappuccini, già presenti in Ortona da un quarantennio, realizzarono fuori le mura la chiesa della SS. Trinità con l’annesso convento. Dopo due secoli e mezzo di vicissitudini il convento fu soppresso nel 1867 e tutti i beni passarono al Comune che sull’area dell’orto, nel 1880, realizzò l’attuale Cimitero. La facciata della chiesa presenta un portico originario, stipiti e portale in pietra, con iscrizioni seicentesche.
Nel 1992-93 il convento è stato restaurato sulla base di un progetto approvato dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici dell’Abruzzo. Sono stati recuperati il chiostro, la loggia coperta e il porticato. All’interno è stato realizzato il Sacrario dei Caduti Civili di guerra.
Al suo interno, sino al 1996, della chiesa era possibile ammirare un trittico realizzato dal pittore G.B. Spinelli verso il 1630. L’opera si compone di tre pale di cui la maggiore, alta quasi tre metri e larga due, rappresenta l’Annunciazione della Vergine. Il dipinto, restaurato su progetto della Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici dell’Aquila, grazie all’intervento finanziario della fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti, è ora in attesa di una definitia sistemazione espositiva. Non è esclusa una ricollocazione nella sua sede originaria, dopo l’esecuzione di lavori di restauro della chiesa e la realizzazione di idonei sistemi di sicurezza.
La Cattedrale di S.Tommaso Apostolo ad Ortona
La chiesa sorse probabilmente sulle rovine di un tempio pagano e comunque era già in via di costruzione nel VI secolo. Nel 1125, a causa di un violento terremoto, restò distrutta, ma dopo due anni di intenso lavoro, il 10 novembre 1127, venne riaperta al culto e dedicata a S. Maria degli Angeli. Dal 6 settembre 1258 la chiesa custodisce i Resti dell’Apostolo Tommaso, trafugati a Chios (isola dell’Egeo) dall’ortonese Leone nel corso di un’azione militare. Già dalla fine del XIV sec. il tempio viene indicato come San Tommaso Ap., Protettore della città. Nell’estate del 1566 fu incendiata dai Turchi, ma immediatamente ricostruita. Sul finire del 1570 assurse alla dignità di Cattedrale con la nomina di Mons. Giandomenico Rebiba a Vescovo di Ortona. L’edificio, tra il XVII e il XVIII secolo, subì numerosi rifacimenti e il 23 dicembre 1859, con Bolla di Pio IX, fu insignito del titolo di Basilica Minore.
Dopo le tragiche giornate del 1943, dell’antico splendore del tempio resta ben poco. Esternamente: i due portali, quello laterale e incompleto del XIII sec. e l’altro principale, semidistrutto, opera dello scultore ortonese Nicola Mancino (1312); alcuni elementi architettonici (colonne con capitelli, archi e una monofora) del XIV secolo. Al suo interno, nella cripta, si conservano le Ossa dell’Apostolo Protettore e la pietra tombale in calcedonio recata in Ortona assieme alle Reliquie. Ancora da visitare l’antica sagrestia della seconda metà del XV sec., le due Cappelle del SS. Sacramento (la meglio conservata) e di S. Tommaso ap. con lavori di artisti ortonesi e non (XIX-XX sec.). Da vedere anche il bassorilievo in pietra L’incredulità di S. Tommaso (XIV sec.), una scultura della Pietà (XV sec.), due lapidi sepolcrali (XVI sec.), alcuni elementi architettonici preesistenti e gli affreschi della cupola opera dell’ortonese A. Piermatteo e del triestino L. Bartoli.
All’interno della Cattedrale è in via di definitiva sistemazione la sezione ortonese del Museo Capitolare il cui patrimonio annovera, tra l’altro, alcune selci paleolitiche e neolitiche, diversi reperti archeologici del periodo italico-romano (V sec. a.C. - I sec. d.C.), lucerne e balsamari paleocristiani, tutti ritrovati nel territorio ortonese; la lapide di dedicazione del tempio a S. Maria degli Angeli (1127); un pannello gotico raffigurante Cristo con i simboli della Passione; una pinacoteca di 37 quadri tra cui due tavole, una del XIV sec., copia del Volto Santo di Lucca, incorniciata in un ricco tabernacolo barocco, l’altra del 1490, raffigurante una Madonna con Bambino attribuita a Giacomo da Campli, e diversi dipinti seicenteschi dell’Alessandrini e dello Spinelli, e di Cincinnati (XIX sec.); un bassorilievo in pietra L’approdo della galea ortonese (XVI sec.); il baldacchino ricamato in oro che il 24 ottobre 1583 accolse Margherita d’Austria in città; una sezione numismatica con due monete coniate ad Ortona nel XV sec.: il bolognino di Giovanna II Durazzo e un denarello di Giovanni d’Angiò; una lunga serie di pezzi di argenteria sacra, tra cui spicca il servizio d’altare appartenuto a Mons. Alessandro Boccabarile Vescovo di Ortona (1595-1623); numerose mattonelle in ceramica di Castelli attribuite ai Grue (XVIII sec.).
L’Oratorio del Crocefisso ad Ortona
L’Oratorio del Crocefisso era originariamente una chiesetta benedettina risalente al XII secolo, al suo interno infatti si possono ammirare due affreschi raffiguranti la Crocefissione di Gesù Cristo, uno risalente appunto al XII-XIII sec., rinvenuto sotto un altro databile 1450, conosciuto come il crocefisso miracoloso. Anche l’impianto architettonico, esterno ed interno, della Cappella testimonia l’origine sveva. Nel XIII-XIV sec., accanto a questa chiesetta, fu costruito un conventino con un piccolo chiostro, dalle Monache Cistercensi. Dall’affresco quattrocentesco il 13 giugno 1566, prima dello sbarco dei Turchi, sgorgarono gocce di sangue mentre le suore pregavano. Un’ampolla ancora le conserva nell’Oratorio restaurato a cura della Sovrintendenza ai Beni Architettonici dell’Abruzzo nel 1992. Nel 1629-30 vi fu l’ampliamento del complesso con la costruzione della Chiesa di S. Caterina d’Alessandria - che ancora conserva l’originale portale svevo - e con la realizzazione di un monastero e di un cortile più ampi. La chiesa nel corso del XVII secolo venne abbellita da numerose tele dello Spinelli, da affreschi, indorature e stucchi in stile barocco. Le Suore Cistercensi (monache di clausura) rimasero in Ortona sino all’Unità d’Italia, vennero sostituite agli inizi del Secolo dalle Suore di S. Anna che operarono sino agli inizi degli anni settanta. Attualmente, l’Oratorio è riaperto al culto, la chiesa ospita mostre, convegni e concerti, mentre si va restaurando il Monastero.
Santa Maria Maggiore a Lanciano
L'architettura sacra di Lanciano porta l'impronta di Francesco Petrini l'artefice della facciata di S. Maria Maggiore, e probabilmente di S. Agostino, di cui il Gavini dice:
«Il maestro riesce a piegare i principi dell'arte gotica col suo speciale senso del bello imprimendovi i caratteri propri del tempo... L'architettura del Chietino diviene fredda al confronto del lusso decorativo con cui la di Lanciano si affanna, al confronto dell'esuberanza che accende di viva luce e di ombre potenti ogni opera che da essa proviene».
Purtroppo nessuna di queste chiese conserva all'interno la purezza delle linee architettoniche originali.
In S. Maria Maggiore troviamo testimonianza di almeno tre epoche solo nella parte più antica, trascurando volutamente i rifacimenti successivi dovuti all’ampliamento della chiesa, con la creazione della navata centrale e delle cappelle. La presenza di un portale di forme romaniche nella parte opposta a quella della facciata del Petrini, e tutta la parte settentrionale, che probabilmente formava un portico, fa pensare all’esistenza di una chiesa anteriore a quella di forme gotiche, di cui restano la navata principale e una delle secondarie. Le decorazioni del cornicione del portico settentrionale si riallacciano a un linguaggio presente in altre architetture abruzzesi, della scuola di S.Liberatore a Maiella. La larga facciata risulta divisa in due parti distinte abbraccianti due edifici contigui. La parte di sinistra in cui si inserì il grandioso portale del Petrini corrisponde alla sala presbiteriale dell’antica chiesa. Il Petrini approfittò della presenza dei due contrafforti centrali, contrastanti le spinte della volta ottagonale, per creare quell’effetto plastico che non sempre raggiunsero i grandi portali abruzzesi, poco sporgenti dal vivo delle mura. Le colonnine accantonate nei risalti e le colonne frontali si frazionano in più ordini, il timpano sale a toccare il rosone, che è sormontato da un archivolto sporgente a semicerchio, appoggiato a colonnine pensili.
La decorazione di tutti questi elementi si arricchisce di fregi floreali, di punte di diamante, di fogliame di acanto, di animali simbolici, creando un insieme in cui si fondono mirabilmente la purezza delle linee gotiche e il vivo senso plastico del Petrini. Nella lunetta del portale c’è un gruppo scultoreo rappresentante la crocifissione e sul fondo, in caratteri franchi, si legge il nome del Petrini e la data del 1317. Un’altra iscrizione che risale forse ai maestri borgognoni che eressero la chiesa nel 1227, come attesta la pergamena della fondazione di S.Maria Maggiore, si trova sul pilastro sinistro della facciata principale. Nella chiesa di S. Maria Maggiore è conservata la famosa croce processionale di Nicola da Guardiagrele, mirabilmente scolpita e cesellata (1421), e alcuni pregevoli dipinti tra cui un trittico con lunetta (sec. XVI) di Gerolamo Galizzi da Santacroce, pittore Bergamasco di scuola veneta. Usciamo ora dal campo delle ipotesi a cui si spingono forme rimaste nella costruzione successiva, a testimoniare l’apporto di un’arte meno raffinata ma non priva di valori chiaroscurali, guardiamo la chiesa quale oggi ci appare.
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